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Blog: Il Lavoro rende liberi (o schiavi?)




Si è consolidata un’idea nella nostra mente di moderni uomini occidentali che il lavoro sia qualcosa di necessario per sopravvivere.

Senza lavoro non si campa (a meno che non ci siano altre forme di rendita economica).

Questo è vero nella nostra società industrializzata basata su un ben strutturato concetto di vita dove: il lavoro produce il reddito, il reddito serve a comprare macchine per recarsi al lavoro, una casa per essere vicini al lavoro, una vacanza per staccare dal lavoro, lo studio per i figli… Per fargli trovare un giorno lavoro.

Allora, da cosa libera il lavoro, se la vita ruota attorno ad un unico concetto?

Passiamo la maggior parte delle nostre ore di veglia occupandoci di attività lavorative. Ma quanti di noi sono realmente felici del proprio impiego?

E quanti continuerebbero a fare quello che fanno se avessero un budget — immaginiamo — illimitato e disponibile da spendere per casa, macchina, studi, viaggi, passioni?

Quanti continuerebbero ad alzarsi alle 7:00, timbrare alle 09:00 ed uscire, se va bene, dopo otto ore da un ufficio illuminato da luci artificiali? Stando per lo più rinchiusi in sale riunioni o peggio davanti ad un monitor per ore ed ore?

E quanti ancora continuerebbero ad andare nelle fabbriche per produrre bulloni, macchine, o bottiglie di plastica?

Forse quest’idea che il lavoro rende liberi ce l’hanno un po raccontata.

Forse il lavoro nobilita l’uomo solo perché gli fornisce un ruolo sociale che è utile alla civiltà nella quale è inserito. Funzionale quindi ad un sistema di regole condivise e — oramai — accettate da tutti.

Proviamo ad estirpare un job role qualunque di una azienda occidentale, meglio ancora di una fabbrica e portiamolo a casa di un aborigeno o di un pigmeo.

Come facciamo a spiegargli la nobiltà e la libertà che si “cela” dietro a una simile posizione?

Forse dovremmo riconoscere che ci siamo un po’ allontanati, proprio da quei valori che dovevamo coltivare e alimentare tramite lo svolgimento di un mestiere.

Oggi, giorni dopo la festa dei lavoratori, torna utile ricordare il romanzo di Charles Pèguy, “L’Argent” — con quel concetto aulico del “fare bene”e del lavoro fine a se stesso –. Lo riporto integralmente:

Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali. E sono solo io — io ormai così imbastardito — a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era allora neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto

Come suonano poetiche queste parole e allo stesso tempo come sono lontane dalla nostra quotidianità; fatta di frenesia, scadenze, di accelerazione continua.

Diluiti in nuove forme di lavoro “moderno” dove perfino il risultato finale è frenetico appena raggiunto viene già superato, abbiamo forse perso la magìa di un’azione, la meraviglia di un impegno, la coerenza di una missione.

Come ci siamo ridotti ai lavoratori alienati di oggi?

Credendo poi di non poterne fare a meno, restiamo psicologicamente rinchiusi dentro una gabbia dorata da dove sembra impossibile uscire.

E ora che sta arrivando l‘intelligenza artificiale anche nel mondo dei lavori “di concetto”, alcuni gridano come luddisti alla soppressione dell’AI o le conseguenze saranno catastrofiche in quanto quest’ultima toglierà il lavoro agli umani.

Ma quale lavoro? Quale parte del nostro lavoro umano andrà a sostituire l’AI!?

L’uomo ha due componenti che da sempre dedica ai propri mestieri:

Una é la componente fisica/meccanica — intesa come forza motrice — con la quale ha arato campi, scavato miniere, edificato cattedrali e monumenti.

E l’altra è la componente intellettuale, di ragionamento strategico, con la quale ha costruito culture, sapienza, religioni, business, evoluzione.

La prima componente é stata sostituita e superata dalle macchine. Con la rivoluzione industriale di inizio ottocento si è liberato l’uomo dallo sforzo fisico. Assegnando alle macchine quei compiti che, tramite i muscoli umani, avrebbero richiesto un tempo e un’energia incommensurabile.

Ma, lavorare stanca — scriveva Pavese — e stanca ancora oggi, in maniera diversa dal passato, ma stanca. Oggi il burnout e lo stress lavoro-correlato sono malattie riconosciute da medici e aziende.

Essere sotto pressione a volte serve per poter superare se stessi. Per questo si parla di “eustress” ossia di stress positivo funzionale ad affrontare la pressione di un lavoro impegnativo o si un progetto sfidante.

Se, però, essere sotto pressione provoca particolari tensioni al lavoratore, si ha il cosiddetto “distress”, ossia uno stress che porta a stati d’animo negativi come ansia, irritabilità e nervosismo.

Quindi non possiamo negare che esista ancora oggi, in ambito lavorativo, una sacca di problematicità di cui occuparsi seriamente.

E’ rimasta la parte intellettuale da liberare, che potremmo assegnare all’AI che ha inaugurato la 4° rivoluzione, attualmente in atto.

Scaricare l’uomo dai lavori ripetitivi e caricarli su macchine intelligenti potrebbe essere un altro passo verso una vera liberazione delle componenti mentali dell’Umanità.

L’automazione dei processi sgraverebbe il dipendente medio di tutti quei lavori noiosi e ripetitivi che una macchina potrebbe fare meglio e prima di un umano…liberando del tempo prezioso per fare altro, magari un lavoro qualitativamente migliore.

Anche perché il mondo del lavoro, a una velocità crescente, sta andando esattamente in questa direzione. Si tratta solo di capirlo, accettarlo, e organizzare nuove forme di esistenza.

Una recente analisi di IDC sostiene che il mercato delle tecnologie dell’Intelligenza Artificiale raggiungerà i 77,6 miliardi di dollari nel 2022.

Ma l’impatto che queste tecnologie avranno sull’economia mondiale stimato da McKinsey Global Institute in 13 trilioni di dollari al 2030, corrisponderà ad una crescita del PIL mondiale all’anno di circa 1,2%.

Cifre importanti che in settori come il Marketing hanno già iniziato a esprimersi concretamente. In questo settore l’IA sta fornendo un enorme contributo con tutta la sua massima potenza e l’area di impiego maggiore è sicuramente quella della gestione della relazione con gli utenti.

Anche nel mondo della Sanità e dell’HealthCare l’AI avuto modo di migliorare molti sistemi tecnologici già in uso da persone con disabilità. E sul fronte della diagnosi, cura di tumori e malattie rare si potranno vedere le reali potenzialità dell’AI.

La prevenzione delle frodi è un’altra applicazione matura, dove l’AI si concretizza con analisi molto sofisticate che correlano dati, eventi, comportamenti e abitudini per capire in anticipo eventuali attività fraudolente.

L’ottimizzazione e la gestione della catena di approvvigionamento e di distribuzione richiede analisi sofisticate e, anche in questo caso, l’AI è il sistema efficace che permette di connettere e monitorare tutta la filiera e tutti gli attori coinvolti.

Nella Pubblica Sicurezza, infine, la capacità di analizzare grandissime quantità di dati in tempo reale e di “dedurre” attraverso correlazioni di eventi, abitudini, comportamenti di cose/persone offre un potenziale enorme per il miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia delle azioni di sicurezza pubblica.

E allora, se già tutto questo è realtà, come ripetono da tempo gli addetti ai lavori, magari tra 10 anni torneremo a riscoprire l’importanza dell’otium latino, tramite nuove forme di istruzione sociale si creeranno nuove abitudini sociali. Ci si riavvicinerà a ciò che avevamo dimenticato, ossia alla ricerca di quella libertà e nobiltà che il lavoro — inteso come “buona azione” — doveva darci.

Mutuando Oscar Wilde, che scriveva “Il lavoro è il rifugio di coloro che non hanno nulla di meglio da fare“, facciamo nostra questa meravigliosa provocazione e andiamoci a riprendere la nostra umanità. Liberiamo le facoltà cognitive ed emotive, la creatività e l’immaginazione.

Riprendiamoci la parte migliore, quella che non ci verrà tolta: torniamo a sognare.

Source: Artificial Intelligence on Medium

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